Non possiamo nascondercelo: i delegati alla Conferenza Mondiale sul Clima promossa dall’ONU a Copenhagen non hanno confezionato un bel regalo di Natale.
L’accordo raggiunto nella notte del 18 Dicembre fra Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Sudafrica, non si è rivelato tale per l’assemblea plenaria dei 192 paesi convocata alle 3 per approvarlo. Era necessario il voto unanime, l’opposizione di Sudan, Venezuela e Tuvalu così alle 10:30, con un artifizio diplomatico invece di approvare il «Copenhagen Accord» raggiunto fra cinque paesi, il consesso planetario ha semplicemente «preso atto» dell’intesa. Un’intesa dimezzata e per nulla adeguata alla sfida che l’Europa e il Giappone hanno deciso di appoggiare per evitare i fallimento che si andava prospettando.
«Un cattivo accordo è meglio di nessun accordo» Il presidente della Commissione Europea Barroso ha poi spiegato «Un cattivo accordo è meglio di nessun accordo». Nell’accordo vi è l’ obiettivo senza vincoli precisi per la realizzazione di contenere entro i 2 gradi centigradi l’aumento della temperatura media planetaria e l’impegno finanziario verso i paesi poveri (30 miliardi di dollari per il triennio 2010-2012 e 100 miliardi all’anno dal 2020 in poi). Sono scomparsi gli obiettivi di riduzione delle emissioni-serra, si parlava di -80% al 2050, poi di -50% e poi nulla. Entro gennaio saranno raccolti gli impegni volontari di ciascun paese e a giugno, probabilmente a Bonn, sarà convocato un vertice per preparare l’appuntamento annuale di dicembre a Città del Messico. Forse lì sarà firmato un accordo internazionale, legalmente vincolante.
La montagna di problemi, vincoli, interessi economici e geopolitici ha partorito un topolino dunque. Il Presidente Obama ha detto che «c’è ancora molta strada da fare», del resto la proposta di legge sul taglio dei gas-serra è ancora ferma al Senato statunitense per l’opposizione dei repubblicani e di alcuni democratici. Mentre l’Europa vede l’aggregato delle sue emissioni in costante declino, nel rispetto degli indirizzi del protocollo di JKyoto Se Obama invece della riduzione del 4% di emissioni fra il 1990 e il 2020, contro il 20% dell’Europa si fosse spinto più avanti il negoziato di Copenhagen sarebbe stato diverso, ma le opposizioni, Cina in testa, sarebbero state più forti compromettendo ogni risultato possibile. L’Europa era pronta ad alzare i propri impegni al 2020 dal 20 al 30% alla condizione che ci fossero «offerte comparabili».
I tre rapporti “Energy Revolution” realizzati da Greenpeace in collaborazione con il Centro tedesco di ricerca DLR (Centro Aerospaziale Tedesco), mostrano la concretezza delle alternative rinnovabili alle fonti fossili. Sono tecnologie “win-win-win”: vincenti per la sicurezza energetica, per il clima, per l’economia e per la creazione di milioni di nuovi posti di lavoro verdi nel mondo. In Europa le fonti rinnovabili hanno la potenzialità di soddisfare l’88% dei consumi di elettricità e il 56% dell’energia primaria (riscaldamento e trasporti) se si realizzano misure di efficienza energetica in tutti i settori. Con la riduzione dei consumi finali. La riduzione della spesa europea di fonti fossili ripaga abbondantemente gli investimenti da fare.
E’ vero, “Hopenhagen” si è rivelata “Flopenhagen” sotto il profilo dei necessari impegni planetari per affrontare l’emergenza climatica, ma se i problemi restano è ancor più necessaria l’iniziativa politica per affrontarli. 195 premier e capi di stato presenti e direttamente impegnati nelle trattative sono il segno di una consapevolezza mai raggiunta, ma le dinamiche e i protagonisti delle trattative ufficializzano il nuovo scenario politico internazionale con i nuovi protagonisti di questo secolo dopo quelli dell’”equilibrio atomico” bipolare del ’900.
Il «Copenhagen Accord» è stato definito da Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Sudafrica, una rappresentazione dei nuovi attori distribuiti tra i continenti. Mancavano l’Europa e la Russia quindi, tra i cinque continenti, del protagonista mondiale degli scorsi due millenni.
Di fronte a un quadro simile, invece di prendere cappello per la relativizzazione escludente l’Europa si è mossa con intelligenza politica, oltre che con coerenza sul merito delle politiche ambientali. La questione ambientale è e sarà il riflesso delle nuove dinamiche economiche e politiche mondiali quindi occorre partire dal grande coinvolgimento della Conferenza sul Clima per avere un ruolo protagonista negli appuntamenti successivi previsti.
Proprio l’innovazione tecnologica, energetica e ambientale può costituire una chiave importante per il protagonismo politico dell’Europa con positive ricadute economiche e occupazionali. Chi non è all’altezza di questa sfida oggi, prepara l’arretratezza di domani, per questo sarebbe importante che L’Italia riconsiderasse in questo mese la contrarietà alle proposte di Regno Unito, Germania e Francia che avevano chiesto di migliorare l’impegno unilaterale di riduzione delle emissioni al 2020 portandolo dal 20% al 30%.